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Ha smesso di piovere di Leonardo Crocilli

Innanzitutto ha smesso di piovere. E questa è stata già una notizia. Importante per la verità.
Usciamo ad iniziare la lenta digestione della colazione (abbondanti dosi di cornetti, panini, fette biscottate, banane, hanno preso la strada dei capienti stomaci dei maratoneti) mentre il cielo ci saluta con nuvole (finalmente) aride di pioggia.
Saliamo l'erta dei giardini che montano verso Piazza Michelangiolo, partecipi di un lento e variopinto fiume umano che mestamente si incammina verso un destino sconosciuto.

E infatti finiamo nelle famigerate gabbie che scadenzano le differenti partenze, a seconda del numero di pettorale, ma non solo. E' la prima volta che le vedo diversificate a seconda del tempo potenziale e non dei primati personali, quasi a far franare sulle buone intenzioni di tutti un'oscura macchia di cattivo presagio. Non è proprio divertente questo rito.
Scene già viste di ordinaria follia podistica proiettano immagini di scellerati amici di corsa che evacuano la loro ansia in bottigliette di plastica che ben presto scoppiano rigonfie, pressate da liquidi gialli imperversanti ed esagerati. Poi, vengono lasciate a riposare appoggiate alle alte transenne, speriamo soltanto che nessuno sia arrivato a scambiarle per contenitori preziosi di sali minerali o integratori di sorta!
Ma lo sparo ci desta dal torpore dell'attesa e la gara prende forma in fretta.
Con un tortuoso serpente di asfalto che scende, neanche tanto dolcemente, verso il basso per 4 chilometri, saggiamo la prima parte del percorso, molti esagerando nella spinta, penso, alcuni con fisici improbabili sfrecciano a velocità straordinarie, forse soltanto grazie alla spinta gravitazionale.

Io sto, come si dice a carte, rimango concentrato e attento a non forzare, aspetto che il facile passi e che la strada torni a respirare.

E infatti ecco che torna piana, a livella, ed è così che finalmente riesci a prendere il ritmo, il Tuo ritmo, quello giusto, che se tutto va bene è quello che dovresti portare come un fedele amico fino alla fine. Imposti l’andatura, ti guardi intorno e ti scegli i compagni di corsa. Sei un egoista, ma è quello il tuo ruolo, fondare un’alleanza che ti permetta, ma non solo a te, di difenderti dai tuoi nemici di sempre in maratona: la deconcentrazione, la stanchezza, le paranoie, la solitudine del podista. Cattive amiche, ma nemiche necessarie, guai vivere lo sforzo senza di loro. Non ci sarebbe gusto in fin dei conti.

Spunta Alex da dietro (con un amico di cui alla fine non ho saputo neanche il nome, ma a cui stringerei volentieri la mano) e sono contento di vederlo, è il giusto complemento al mio piano di battaglia, uno degli alleati principali, una faccia amica, che mi porterò dietro (fino al 29°) o, meglio, a fianco, per un brandello significativo di gara. Lo schieramento è completo, è arcigno, spazza via senza sforzo apparente la resistenza della strada che si srotola a fatica davanti a te.

Poche chiacchiere, comunque, siamo maratoneti. Raccolti sul gesto, attenti all’andatura, idolatri della strada asfaltata, con un occhio di lince ai rilievi cronometrici, segnali inequivocabili del buon funzionamento della macchina.

Del resto, che staremmo a fare? Divertirsi sì, ma è meglio farlo dopo, dopo aver restituito il chip, che significa che la partita è archiviata, solo dopo che è stato fatto quello che doveva essere fatto. O prima, magari la sera precedente la gara, ad intrattenersi amabilmente davanti ad un (poco divertente) piatto di riso, o addentando una pizza senza mozzarella, che mai così, se non fosse per tenere buono il mio amico intestino, sempre pronto a giocarti brutti scherzi, quando meno te lo aspetti.

Ma oggi non c’è tempo per gli scherzi. E non mi diverto quando incrocio i lazzi e le burle di chi scherza col dio della corsa, con il rito dei riti, perché la maratona ha bisogno di rispetto, perché lei ti degni del giusto rispetto e non invii al tuo indirizzo la macumba del podista, quella che arriva col tamburo che risuona nelle orecchie con un timbro sordo, che riconosce soltanto chi lo ha già sentito almeno una volta. Preoccupati molto se lo senti anche tu.

Ma intanto i chilometri filano via senza imprevisti, tra strade secondarie di una Firenze molto assonnata e grigia e scorci di un Centro storico pieno di vitalità (grazie ai pazienti e festanti sostenitori dei maratoneti, quelli che hanno scelto di svegliarsi insieme a loro e di montare le proprie tende lungo la strada, “ehi, ricorda!, al nono alza la testa che sto io lì a salutarti"), dove scaturisce, come una fontana in piena, la forza pura del conforto vocale che ti pervade come costituisse una spinta reale sulle derivazioni nervose, che trasferiscono ricchi impulsi ai muscoli sopiti, che per un attimo volano sull’asfalto, quando gli incitamenti ti camminano sulla schiena facendosi sempre più forti.

Saluto un frate, padre Claudio, chissà cosa avrà pensato vedendomi in mezzo alla strada, combinato insieme a quelli che anche lui sta lì a salutare mentre passa, forse diretto al luogo della preghiera mattutina, forse non immagina che siamo tutti dentro ad un enorme rito, di arcana origine, non meno alto e pregno di quelli santificati da libri e riti ancestrali.

La Maratona è questo, lo fusione con un liturgia che affonda nella stessa strada che percorri, che arrampicandosi buca le suole delle scarpe e ti avvolge i polpacci, che sale fin su alle viscere, le attraversa e si ramifica ponendo salde radici sul cuore, nella mente e attraverso gli occhi proietta la tua ombra di nuovo sulla strada, dando vita ad un unico disegno sacro, che scioglie i suoi colori nell’asfalto, che cessa di essere nero, ma invece è verde, e come un prato si stende all’infinito, come vorresti che infinita fosse la tua corsa…

Gli occhi sono chiusi, lungo tutti i 42.195 metri non vedi altro che le tue scarpe che si alternano nella ricerca del punto di appoggio, e come se l’incanto finisse di botto, li riapri sul traguardo. La magia svanisce in un cronometro che smette di correre (e tu con lui) e ti accorgi che non piove più. Finalmente l’acqua ha smesso di scorrere dal cielo.

Ite, maratona est!
Leonardo

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