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La neve e l’arte di scioglierla senza farla bollire* di Pierluigi Ciaccio

La sveglia poco dopo le 5 mi trova pronto per l’ennesima avventura… Nardo, l’amico fedele, sostegno di altre imprese, anche stavolta ha voluto essere presente, nonostante l’ora, e la pioggia torrenziale consigliassero saggiamente, una ben più comoda sosta nel talamo ancora caldo: era già pronto sotto casa per accompagnarmi alla stazione. Il disegno augurale di Davide e Michele, mi vede in cima ad una scala, nell’intento di varcare le fauci di un famelico lupo…uno striscione sta ad indicare “entrata maratona”!

L’arrivo alla stazione in netto anticipo, consente di mettere in dispensa i primi carboidrati, (cornetto “integral” e orzo ristretto!) poi il ritrovo con i nuovi compagni d’avventura. Subito vengono alla luce i piani tattici: Fabrizio in cabina di regia a lanciare il sottoscritto e Sergio, come dardi appuntiti, all’inseguimento dei kenioti…(o giù di lì!) con gli interessati: (noi due) più attenti all’elenco dei rispettivi acciacchi che alle velleità cronometriche.

Il viaggio comincia con qualche preoccupazione legata ad un piccolo ritardo x un problema tecnico e con allarmanti notizie meteo, che davano Milano sotto una fitta nevicata. In effetti, avvicinandoci a destinazione, il paesaggio dal finestrino, sembrava consigliare altri sports più adatti alla stagione, col vin brulé a fare le veci degl’ indigeni sali.

Troviamo conforto nella deliziosa crostata preparata dalle mani ispirate della moglie di Fabrizio (complimenti!) con tanto di marmellata autoctona e pinoli del “pino de casa”.

Un pallido sole ci rincuora all’arrivo, e una volta rifocillati (l’alimentazione ha il suo peso) e sistemati in albergo, ci immergiamo nell’expo marathon per le formalità di rito.

Pierluigi e StefanoQui l’incontro, con l’unico umano, capace di farmi compiere la nefandezza dell’autografo e della foto, tipo “lui è mio amico”: Stefano Baldini, sicuramente affaticato dall’impegno, ma con la gentilezza ed il sorriso di sempre.

Fuori intanto, il sole calando, lascia spazio al gelo, e alla battaglia che i mezzi spargi-sale ingaggiano con la neve ancora copiosa. Vengono alla luce le prime tattiche a proposito dell’abbigliamento più opportuno per l’attacco alla bianchisa polare. Con qualche preoccupato dubbio, prendiamo l’eroica decisione che saranno le nostre gloriose canotte, compagne di tante campagne, a respingere le bianche armi del generale inverno. Per la verità, l’innominato artefice della scelta dissennata, (Fabrizio) è rimasto “foderato” come una trapunta matrimoniale, almeno fino al 30° km.!

Dopo febbrili preparativi, per non tralasciare il più remoto dettaglio, la notte scorre via veloce, anche se il sonno, tra battaglie col termoconvettore, e strani rumori e movimenti provenienti dall’altro letto, tarda al arrivare. Al risveglio, espletate con dovizia le formalità mattutine, fragranti panini con marmellata ci danno la giusta carica per ciò che ci aspetta fuori.

La consegna borse, restituisce Fabrizio e Sergio coperti come una difesa di Trapattoni dopo l’uno a zero. Io rispondo con una misera mezza manica in cotone sopra l’inossidabile completino Avis (forse qualcosa non ha funzionato!) Cerco conforto in una buona mezz’ora di riscaldamento prima di entrare nella gabbia.

Lo sparo del cannone della partenza ci desta dal torpore dell’assideramento, e dopo aver scambiato i saluti col Gianni nazionale, proviamo a districarci dall’imbottigliamento della partenza.

Le prime avvisaglie che non sarà una passeggiata, la avvertiamo al primo impatto con gli automobilisti. I milanesi al volante sono esageratamente tesi, forse a causa di tutto il sale che spargono sulle strade (battuta infame) fattostà che in sequenza mi danno del: 1) coglione 2) imbecille 3) mi consigliano di starmene a casa 4) di andare a lavorare (ma è Domenica?!)…l’unica consolazione è che tutte le ingiurie sono proferite al plurale, pertanto divisibili almeno tra 5.400 sciagurati come me…com’è che si dice: “mal comune…”.

Per fortuna la fascia che mi ripara la fronte, lambendo le orecchie, attutisce tutti i rumori, (insulti compresi) e mi concentro sulla strada e sui compagni di percorso. Presto l’orecchio alle strategie di due podisti nordici che mi affiancano, allo scopo di carpirne qualche segreto:”raggiungiamo quel gruppo che c’è una bella ciccetta…io i tempi migliori li ho fatti sempre cosi…”; e l’altro:”basta seguire il c… giusto” (altro che tabelle!)

Intanto nebbia ha preso il sopravvento sul pallido sole, e costeggiando i navigli, ci spingiamo in periferia. La neve, sempre più copiosa, lambisce i margini della strada e la temperatura non ne vuol sapere di salire.

Il primo fotografo mi ricorda che non ho il pettorale visibile, e in un attimo di follia, mi libero anche della maglietta, subito assalito dal sospetto di non aver fatto una scelta felice. In un barlume di lucidità, mi accorgo con incosciente compiacimento, che sono pochi quelli come me in pantaloncini e canotta, e la cosa, anziché preoccuparmi, mi esalta… almeno fino a quando, nello svitare il tappo dei viveri di conforto, mi rendo conto di non aver più sensibilità alle dita delle mani, che sembrano scottare come immerse nell’acqua bollente.

I km, comunque scorrono via abbastanza velocemente, al punto che quasi dimentichi di segnarli, (anche perché non ci sono!) infatti, dal 25° al 40°, gli unici due che riesco a scorgere, sono il 30° ed il 35°… a parte la facile battuta, l’episodio, mette un po’ alla prova, la resistenza mentale: è un po’ come correre al buio.

Al 30° la sensazione è buona: sento che non fatico troppo, ma il fatto di non avere riferimenti cronometrici, mi fa venire il dubbio di aver rallentato la corsa, anche se non sembra.

Provo ad aumentare gradatamente, ma i muscoli appena induriti (forse anche dal freddo) mi consigliano prudenza. Corro un po’ a “risparmio”, cercando il limite dove l’andatura mi tiene al riparo dal rischio crampi.

Dopo il 35° km, ogni tanto guardo il cronometro, per cercare conferme sulla strada percorsa, azzardando calcoli e proiezioni, ma saggiamente mi convinco a lasciar libera la mente, per risparmiare energie preziose.

Finalmente arriva il 39°,(o cosi sembra, perché lo vedo scritto sull’asfalto) ormai non ho più paura: sento di avere la corsa in mano, riesco ad aumentare in progressione per il finale che ho sempre sperato. Al 40° guardo il tempo: l’istinto è stato un ottimo alleato, non resta che raccogliere tutte le energie rimaste per limare ancora qualche secondo.

Dopo l’ultima curva, vedo la piazza aspettarmi a braccia aperte, e non nascondo un po’ d’emozione, allo scorgere la Madonnina dorata alla sommità del Duomo: è fatta! Il traguardo mi trova semi-assiderato, ma con le braccia la cielo: ancora una volta ho vinto un po’ anch’io.

Comincio a stringere mani, a dar pacche sulle spalle di gente che non conosco, ma che in quel momento sento vicina, perché pervasa della mia stessa follia. Prendo la medaglia, i primi ristori: quasi mi dispiace veder scorrere quei momenti senza poterli fermare.

Da qui in poi si passa giustamente “all’incasso”: le telefonate e i messaggi degli amici più cari, la doccia calda, la crostata “spettacolare” di Fabrizio con cappuccino al seguito, sapientemente innevato di cacao da Sergio… infine il comodo ritorno in armonia, banchettando con le provviste rimaste tra battute e risa.

“se vuoi correre, corri un miglio,
se vuoi sperimentare una nuova vita, corri una maratona” (Emil Zatopek)

The rock

*si ringrazia Gene Gnocchi per la gentile concessione del titolo.

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